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Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bergamo

«Le graffiature non erano prodotte con le unghie ma con i denti perché io, dopo averla strozzata, la morsi e ne succhiai il sangue».

Quando si fa notte, la stretta dell'inverno del nord Italia si fa più intensa. Il vento ha più vigore e con esso la debole neve che incontra le imposte chiuse. Legno di campagna e buio. All'interno della cascina, le famiglie. Più di una, perché la provincia è anche questo. È il tempo della pellagra, dell'influenza e del colera. Quest'ultimo, terribile quanto insidioso, ha appena sfiorato quella casa e ha lasciato il suo strascico tra le membra di una ragazzina. Ha 12 anni e il corpo provato da una convalescenza lunga e noiosa. Mentre riposa sente dei passi muoversi lungo le tenebre della stanza. Un debole raggio di luna, o forse una piccola luce che penetra dall'esterno, illuminano un volto. Qualcuno avanza verso il letto di lei. Due mani, ora, le stringono la gola. Stringono forte. Due mani che ora sono un corpo intero che si preme su di lei, facendo forza. Gli occhi si ribaltano, la lingua si palesa fuori dalla bocca spalancata, in un'asfissia che si approssima sempre di più. Poi il nulla. Tutto si calma. Il mostro vibra e geme, poi fugge via. Marianna Verzeni, questo è il nome della ragazza, resta terrorizzata e ansimante nel suo letto. Il mostro che le ha appena fatto visita è suo cugino, Vincenzo Verzeni, che in quella notte del 1867 ha solo 18 anni.

photo-1482263231623-6121096b0d3fPhoto by Ian Espinosa / Unsplash.com

Le mani

Vincenzo Verzeni nasce a Bottanuco nel 1849 e già da ragazzino affronta un padre bevitore e violento e una madre rigida e bigotta. I suoi occhi curiosi e accesi osservano le donne. Occhi che desiderano, che divorano e studiano la campagna. La conoscono, la battono palmo a palmo e la trasformano in territorio di caccia. Vincenzo si asciuga la fronte con l'avambraccio e nota ogni frammento di vita che passa per quelle strade irregolari e desolate.

Famiglia, lavoro e nessuna frivolezza. Tra le mura di quella famiglia chiusa e catechizzata, nell'inverno del 1867 Marianna Verzeni subisce il primo attacco del cugino Vincenzo. 12 anni lei, 18 lui. È notte e dal buio della stanza di lei, al secondo piano della cascina dove tutti vivono, Vincenzo la assale stringendo le mani attorno al suo collo e facendo pressione su di lei con il proprio peso. Poco prima di perdere i sensi, però, Marianna sente la presa allentarsi. Vincenzo se ne va. Ha avuto un orgasmo e il piacere è finito.

Ancora inverno e ancora paura. È il 1869 e Barbara Bravi, 27 anni, sta camminando in una stradina poco fuori da Bottanuco. C'è la neve e fa freddo, ma il candore dello strato bianco rende tutto sopportabile e bello. I passi affondano sulla coltre che ricopre il terreno, facendo quel cigolio che in solitaria diventa musica. Altri passi si uniscono ai suoi e nota un uomo a pochi metri di distanza. La osserva ed è gentile. La provincia è fatta di saluti cordiali, conoscenze fuggenti e reciproca cortesia. In questo linguaggio Barbara risponde ad alcune domande che l'uomo le rivolge. Poi tutto si fa confuso: Barbara si ritrova senza equilibrio e precipita sulla neve. Vincenzo Verzeni, di nuovo lui. La afferra per la gola e si preme su di lei, negandole ogni difesa. Stringe forte. Barbara si sente prossima alla fine. Gli occhi spalancati, il viso reso paonazzo dall'assenza di ossigeno e la paura che si insinua tra i nervi. Poi tutto si placa. Il mostro si rialza e si allontana. Ha avuto un orgasmo e il piacere è finito.

Passano pochi giorni e Maria Esposito, donna di mezza età, sta percorrendo la strada che porta a Bottanuco. Percorre gli affluenti della tana del mostro, Maria, e proprio durante quel percorso compare Vincenzo Verzeni. Maria è corpulenta, forte, ma in un primo momento viene sopraffatta dalla furia perversa di Vincenzo. Le mani sul collo e la caduta rovinosa sul freddo terreno. Oppone resistenza, talmente tanta che Vincenzo è costretto a immobilizzarla premendo un ginocchio sul ventre di lei. La donna riesce, però, a divincolarsi e a fuggire.

Maria Previtali, il 26 agosto 1871, ha solo 19 anni e cammina sotto il sole dell'una. Muove passi svelti verso Suisio e proviene da Cerro, dove lavora in una filanda. Passa da Bottanuco e attraversa la campagna ascoltando le cicale che a quell'ora stridono fortissimo. Incontra alberi, terra, campi e ancora alberi. Il silenzio che la circonda è violato da una serie di suoni che si fanno sempre più vicini e opprimenti: sono passi, sono passi in corsa. È Vincenzo, suo cugino, ma egli non la riconosce e le chiede di dove sia. Pochi secondi dopo viene trascinata in un campo di frumento che la nasconde dal resto del mondo. Vincenzo stringe le mani intorno al suo collo ed esercita una forte pressione. Poi si allontana improvvisamente. Maria è ancora viva, ma non ha le forze per rialzarsi e fuggire. Egli torna, ma ora le tiene le mani. Ella gli chiede di lasciarla andare. Vincenzo china il capo e annuisce. Si rialza e la lascia andare.

Marianna, Barbara e le due Marie non parleranno dell'accaduto. Troppo violento, troppo strano e troppo scandaloso. Meglio tacere e sperare che non accada più.

photo-1439003768858-b7a3718981bdPhoto by Elijah Hail / Unsplash.com

I denti e il sangue

«Non l'abbiamo vista, qui non è arrivata», dicono a Suisio. È un paesino distante pochi chilometri da Bottanuco e lì doveva recarsi Giovanna Motta. 14 anni. Della ragazza, però, non si hanno notizie da due giorni. Era partita l'8 dicembre 1870 da Bottanuco, dove stava al servizio di Giovanni Battista Ravasio, fattore, che la considerava una figlia. Doveva andare a Suisio a salutare la sua famiglia. Il 10 dicembre, dunque, un gruppo di persone cerca Giovanna lungo la campagna bergamasca. Nel frattempo la signora Emilia Biffi rinviene un fazzoletto che appartiene alla ragazza. Un uomo poi, Antonio Sala, rinviene un santino di Papa Pio IX che appartiene sempre alla ragazza.

Il 10 dicembre, quando quasi sono calate del tutto le tenebre, il corpo di Giovanna compare sulla neve. Nuda, con un solo calzino addosso. Sul collo porta segni di strangolamento e di morsi. Un lungo squarcio percorre il petto fino ai genitali, che sono stati asportati. Accanto al corpo ci sono 10 spilloni disposti in ordine simmetrico. Qualcuno le ha asportato le interiora e le ha abbandonate in un cavo di gelso. L'hanno mutilata di un polpaccio, che verrà rinvenuto straziato da segni di morsi.

I campi si macchiano di sangue e morte, ancora, il 27 agosto del 1871. Il corpo di Elisabetta Pagnoncelli, moglie di Antonio Frigeni, giace senza vita in un campo di frumento ad alcune centinaia di metri da Campazzo. Nuda, ha una corda al collo e i segni delle sue unghie sulla pelle, procurati in un disperato tentativo di liberarsi. Tre spilli sono conficcati nella sua schienia. Un taglio squarcia le viscere, e sulla nuca presenta morsi e graffi. Elisabetta è caduta sotto i morsi di un mostro famelico e perverso, che ha fatto scempio delle sue carni usando un falcetto. Muore senza far in tempo a implorare pietà, a invocare aiuto. Poco prima viene notata da altre donne mentre è già in compagnia di Vincenzo Verzeni, ma esse non si rendono conto di quanto stia accadendo e tirano dritte. Di lì a poco il corpo di Elisabetta viene abbandonato esangue in mezzo al frumento. Straziato, ucciso. Violato.

lombrosoCesare Lombroso / Deabyday

Cesare Lombroso

Il 28 agosto 1871 - 1873 secondo altre fonti - Vincenzo Verzeni viene arrestato. Una volta catturato il Vampiro, fa il suo ingresso il celebre scienziato Cesare Lombroso che viene incaricato di stendere la perizia psichiatrica. Di lui scrive:

Un sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana.

Dal 26 marzo al 9 aprile 1873 si tiene il processo presso la Corte d'Assise di Bergamo. Vincenzo Verzeni non si tira indietro e confessa:

Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte con le unghie ma con i denti perché io, dopo averla strozzata, la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con la quale godei moltissimo.

Non vi sarà fucilazione. Per Verzeni viene disposto l'ergastolo all'interno del manicomio criminale della Pia Casa della Senavra, Milano, il 13 aprile 1874.

verzeni-mummia-1024x768Mummia di Vincenzo Verzeni / Il Paranormale

Le versioni della morte

Secondo alcune prime versioni, il Vampiro di Bergamo sarebbe morto il 23 luglio 1874 impiccandosi nella cella del manicomio. Gli infermieri lo avrebbero trovato nudo, con addosso solamente le ciabatte, mentre dondolava senza vita. Secondo una recente indagine, però, Vincenzo Verzeni sarebbe sopravvissuto fino al 1918.
Due cronisti, Mirko Cocco e Michele Pinna, si sono recato a Bottanuco e hanno avuto accesso all'atto di morte di Vincenzo Verzeni. L'atto n. 87 riporta che Vincenzo Verzeni è morto alle 15:35 del 31 dicembre 1918:

Per l'uscita di Verzeni dall'ergastolo. - Da Bergamo si scrivono le seguenti notizie ad un giornale di Milano, notizie che da assunte informazioni ci risultano vere: La popolazione di Bottanuco è terrorizzata al pensiero che Vincenzo Verzeni, lo squartatore di donne, ha quasi ormai finita l'espiazione della pena, che dall'ergastolo, fu convertita in 30 anni di reclusione. Il lugubre ricordo delle gesta sanguinose del Verzeni è ancora vivo in Bottanuco e nei paesi circostanti.

Verzeni tenta realmente di togliersi la vita nel manicomio criminale, ma viene salvato in extremis.

La sua mummia è conservata presso il Museo di Arte Criminologica di Roberto Paparella. Verzeni è considerato il primo serial killer della storia italiana

Luca Mastinu

Luca Mastinu

Misantropo e pignolo. Ipocondriaco, vivo nella mia stanza per difendermi dai batteri del mondo. Scrittore, compositore, musicista. Acluofobo ed entomofobico.

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