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Pietro De Negri, "er Canaro" della Magliana

Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come facevo ai dobermann.

100 chilometri, dicono, e forse anche di più. Una donna e sua figlia, gli occhi provati dalla stanchezza e dall'angoscia, percorrono un perimetro impreciso fino a notte fonda. Chiedono di un uomo di cui si sono perse le tracce da ormai troppe ore, scomparso nel nulla. Non sanno, non immaginano che il richiamo del sangue, quello che scatena quella chimica empatia tra i membri della stessa famiglia, si approssima per una motivazione che sa di carne violata, seviziata. Uccisa, arroventata. Cercano il loro Giancarlo. È il 18 febbraio 1988. Giancarlo Ricci, 27 anni ed ex pugile, brucia tra i miasmi di una discarica a cielo aperto. Silenziosamente.

ricci_nottecriminale5Giancarlo Ricci. Photo by Notte Criminale

Antinferno

In via della Magliana 253, oggi, c'è una saracinesca abbassata. Si aprì al pubblico un'ultima volta alle 15 del 18 febbraio 1988, quando Giancarlo Ricci vi era entrato per discorrere con Pietro De Negri, il mite proprietario. Forte e spavaldo da incutere timore e soggezione il primo, docile e minuto il secondo. Un'ultima, traditrice, occhiata di complicità tra i due, per una messinscena architettata da De Negri. Un copione che veniva scritto dal 1984.

Proprio nel 1984, infatti, Pietro De Negri scontò il primo conto con la giustizia, quando dovette trascorrere 10 mesi nel carcere di Regina Coeli per una rapina che egli rivelò di aver compiuto proprio in società con quel Ricci che, però, non era mai stato condannato. Durante la detenzione, la moglie e la figlia lo abbandonarono. Una volta tornato in libertà, De Negri si presentò dal Ricci per ricevere la parte del bottino che gli spettava. L'ex pugile, che non aveva mai abbandonato il suo ruolo da bullo di quartiere, gli rispose con violente percosse, minacce e umiliazioni. Il loro rapporto si identificava, nelle parole dello psichiatra Massimo Ammaniti, in una complice accondiscendenza. Ricci vessava in modo violento De Negri, che subiva passivamente. In questo modo il Canaro si illudeva di ottenere il rispetto del Ricci, che si serviva di lui per procurarsi le dosi di cocaina che quasi sempre non pagava, ma che creavano un ponte di collegamento tra i due. De Negri, così, sapeva di non essergli nemico.

Un giorno, Ricci, rubò lo stereo dalla macchina del Canaro. Se quest'ultimo voleva rientrare in possesso di ciò che era suo, doveva pagare 200.000 lire.

Mi insultava, mi sfotteva, m’aveva rubato la radio della macchina e per ridarmela m’aveva scucito 200 sacchi. Ma la cosa che m’ha fatto uscire di testa è stata quando ha preso a calci il mio cane, che c’entrava lui?

Proprio questo, De Negri, racconta in un memoriale raccolto da Mariella Regoli del Messaggero nel maggio 1989, quando viene scarcerato dopo un anno di detenzione in quanto ritenuto incapace di intendere e volere durante i fatti, considerando anche l'alto tasso di cocaina assunta durante le torture inflitte al Ricci:

Un giorno quando arrivo al negozio, trovo la porta spaccata, il mio cane Jessy a terra tramortito che sanguinava dalla testa e dalla bocca. Giancarlo. Sento aumentarmi i battiti cardiaci. Ho cominciato a caricarmi, sentivo che gli occhi mi uscivano fuori dalla rabbia, il veleno che aumentava sempre più. Volevo sbranarlo.

gabbia-tortura-canaro_nottecriminaleLa gabbia. Photo by Altri Confini

Inferno

Si carica, il Canaro. Trascorre la notte ad assumere cocaina per darsi forza e inocularsi coraggio. Osserva il soffitto, da quella stanza ricavata all'interno del suo negozio di toelettatura per cani. Proprio per questo tutto il quartiere lo ha ribattezzato "er canaro". Il suo negozio ha creato l'antonomasia che egli accetta, come ogni cosa. Come i pugni in pieno viso del Ricci, come i ricatti e le umiliazioni. Come quella volta in cui ha spiegato di essere caduto dal motorino, anziché raccontare ai medici che quelle brutte contusioni erano opera del balordo del quartiere. Come tutte le volte in cui l'ex pugile si è impossessato dei suoi denari e delle sue dosi di cocaina. Senza pagare, solo pugni e calci. Solo insulti, minacce. Solo così, De Negri, si è illuso di restare nelle grazie di quel bullo della Magliana senza rischiare di diventargli nemico. Per Jessy, però, non accetta più. La sua cagnetta è innocente e Ricci ha osato violare i suoi affetti.

All'alba va a comprare una tanica di benzina e un rotolo di spago.

Alle 15 del 18 febbraio 1988, Giancarlo Ricci entra nel negozio di Pietro De Negri. Il Canaro gli dice che attende un corriere siciliano, uno con tanta cocaina. Ricci dovrà fingere di rapinare entrambi per poi darsela a gambe. Non è rischioso: il siciliano non conosce Ricci e non potrà pensare che De Negri voglia fare l'infame. Il canaro chiede all'ex pugile di nascondersi nel bagno, poi ci ripensa. "Lì proveremo la coca", dice, dunque gli suggerisce di nascondersi in una delle gabbie per cani di cui dispone il negozio. Ricci è tranquillo, si fida e asseconda la volontà. È forte e imponente, mentre De Negri è mansueto e fragile. Non può tradirlo. La stazza del Ricci entra nella gabbia. Sa muoversi, il piccolo boss, tanto da riuscire ad adattarsi a quello spazio angusto. Ci resterà per poco, perché per fingere la rapina farà capolino e porterà a termine il piano.

Clack.

Lo scatto del lucchetto. Ricci è in trappola. L'intero universo di reciproca accondiscendenza dei due si capovolge, perché per quel gigante si aprono 7 ore di tortura. Le versioni sono contrastanti: De Negri racconta di avergli gettato la benzina addosso con un nebulizzatore e di averlo percosso con il bastone che usava per i cani inferociti; un'altra versione vede Ricci sfondare la rete della gabbia con ripetute testate e tentare di uscire.

In quel momento De Negri lo colpisce sulla testa, più volte, con un bastone. Il piccolo boss è tramortito. Il Canaro lo tira fuori e lo trascina fino al grosso tavolo che usa per lavare i cani. Affera le tronchesi e gli recide pollici e indici. Ancora benzina, questa volta sulle ferite. Ricci si risveglia e urla per il dolore, De Negri alza il volume dello stereo per coprire le strida dell'ex pugile. Di tanto in tanto, il Canaro si allontana per una sniffata. La tortura continua. De Negri lo schernisce: "Chi è stato a ridurre così er puggile?", gli chiede per sfidarlo. "Er canaro!" risponde Ricci, deciso. Per questo il mite De Negri decide di mutilarlo della lingua. Poi lo illude, guarnendo le sevizie con una macabra dose di tortura psicologica: "Ora non puoi nemmeno fare l’infame, comunque se non mi metti in mezzo ti potrei portare all’ospedale".

stanza-torture-del-canaro_nottecriminale Il letto delle torture. Photo by Notte Criminale

No, troppo facile. I loro sguardi si incontrano di nuovo: terrorizzato, dolorante e furente il Ricci; demoniaco, felice e libero il De Negri. Il metallo di una lama incontra la debole luce artificiale del negozio e abbaglia gli occhi iniettati di paura dell'ex pugile. Il Canaro fa roteare un coltello intorno al viso di Giancarlo. Ora gli scontorna i lineamenti: gli taglia le orecchie e il naso. Sangue, strida. Musica ad alto volume. Nessuno può sentire. Ancora benzina sulla carne viva per fermare il sangue. Continua a sfidarlo: "Allora? Chi è stato?", ma Giancarlo non riesce più a rispondere. Farfuglia cose confuse, emette suoni incomprensibili.

Ora, Pietro De Negri, taglia i genitali di Giancarlo Ricci.

"A' Gianca', ma quale uomo? Ora sei una femminuccia!". Afferra una chiave a pappagallo e lo colpisce violentemente sui denti per aprire un varco. Gli incisivi schizzano via e il Canaro gli infila in bocca il pene e i testicoli recisi. Via altre dita, due delle quali vengono apposte sugli occhi. Un dito, come monito di ummiliazione, viene infilato nell'ano. Ricci, ora, è una mappa di moncherini. Ricci, ora, si spegne per asfissia. Tutto è compiuto.

Il suo corpo viene messo in un sacco nero dell'immondizia e abbandonato, nella notte, nelle campagne del quartiere Portuense. In una discarica.

Mi dirigevo verso la discarica e arrivatoci a retromarcia, apro il cofano e me lo tiro per terra per le corse, in mezzo a tutta quella mondezza degna della sua persona. Verso tutta la tanica su quel lurido verme infame. Con uno scottex e facendo un urlo sovrumano tiro su di lui lo scottex acceso, facendo un falò alla grande. Rammento che non corsi via, mi accesi una sigaretta e restai lì tutto il tempo di fumarla. Godevo della mia riuscita nell'aver sconfitto quell'assurdo essere. Andai via anche perché era un po’ sfacciato a persistere a guardarlo. Ancora oggi sono convinto che lo rismonterei di nuovo tutto.

ritrovamento-corpo-ricci_nottecriminaleIl ritrovamento del corpo di Giancarlo Ricci. Photo by Notte Criminale

Purgatorio

Rino Monaco è il capo della squadra mobile di Roma, e quando si ritrova a osservare le fotografie a colori di tutto quel teatro di sangue rimane sconvolto:

No, in tanti anni di lavoro, non ho mai visto nulla del genere. Questa volta la fantasia, anche la più abberrante e criminale fantasia, ha superato la realtà. La cocaina? Mah, sì, la cocaina eccita, dà quel senso di potenza e di invulnerabilità. Stravolge e deforma le nostre sensazioni. Ma non credo che tutto questo sia sufficiente per spiegare tanta ferocia. C'è qualcosa in più. Noi abbiamo trovato il colpevole. Il caso era tutt' altro che semplice. Se non avesse confessato, probabilmente staremmo ancora qui alla ricerca di un assassino spietato e misterioso. Talmente spietato che nessuno, proprio per timore di fare la stessa fine, avrebbe denunciato.

Alle 8:30 della mattina del 19 febbraio 1988, i resti ancora fumanti di Giancarlo Ricci vengono rinvenuti da un allevatore che stava portando il suo cavallo al pascolo. Giancarlo Ricci era noto alle forze dell'ordine, e la sua orribile morte viene inizialmente attribuita a una guerra intestina tra i clan che si spartiscono le piazze della droga. Sarà Fabio Beltrano, amico dell'ex pugile, a scoperchiare la verità: quel pomeriggio del 18 febbraio il Ricci non era solo. Era andato da Pietro De Negri proprio in sua compagnia e quando era entrato nel negozio, Beltrano era rimasto in macchina ad attenderlo. Mezz'ora dopo, il Canaro, l'aveva fatto allontanare con una scusa.

Il 20 febbraio 1988 De Negri viene catturato. "Se sei un uomo parla", gli dicono. Alle 3 del mattino vuota il sacco: "Sono stato io e lo rifarei!". È ormai il 21 febbraio e la confessione di Pietro De Negri è quasi un numero da teatro di prosa:

Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come facevo ai dobermann. Sembrava uno zombie. Non moriva mai. Alla fine, esasperato, gli ho aperto la bocca con una chiave inglese, rompendogli i denti, e l’ho soffocato mettendogli dentro tutto quello che gli avevo amputato. Poi l’ho portato tra i rifiuti, dove si meritava, e gli ho dato fuoco.

Il 24 febbraio 1988 De Negri torna sul luogo dell'omicidio per la ricostruzione della vicenda in presenza del pm Olga Capasso. La sua versione, però, trova contrasto con l'autopsia effettuata da Giovanni Arcudi, anatomopatologo, che aveva dimostrato che la morte di Ricci era stata causata da una serie di martellate in direzione del suo cranio - lesioni notate anche dalla Polizia nel momento in cui era stato rinvenuto il cadavere - e che dunque le amputazioni erano avvenute post-mortem.

processo-al-canaro2_nottecriminale Il processo a Pietro De Negri. Photo by Notte Criminale

L'arresto e il carcere

In una perizia giudiziaria De Negri viene dichiarato "folle durante il delitto" ma "non socialmente pericoloso", per questo sconta solamente un anno di carcere per poi tornare in libertà il 12 maggio 1989. Una settimana dopo la liberazione viene mandato in un istituto psichiatrico. Il 26 giugno 1990 viene condannato a 24 anni, con sentenza confermata nel 1993.

Nel 2005 esce di prigione con un desiderio: essere dimenticato.

La vicenda ha ispirato due film: Dogman (Matteo Garrone, 2018) e Rabbia Furiosa - Er Canaro (Sergio Stivaletti, 2018).

Er-Canaro-Pietro-De-Negri-580x360 L'arresto di Pietro De Negri. Photo by Velvet Gossip

Luca Mastinu

Luca Mastinu

Misantropo e pignolo. Ipocondriaco, vivo nella mia stanza per difendermi dai batteri del mondo. Scrittore, compositore, musicista. Acluofobo ed entomofobico.

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