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Maria, 18 anni di buio

Dall'angolo della stanza un grido. Inumano, gelido.

Una mano si porta sul viso e copre labbra e narici. Troppo forte quel lezzo, troppo asfissianti i miasmi di quella stanza. La porta cigola e il sole illumina l'interno. Si apre il sipario. Il capitano dei Carabinieri Carmine Rosciano sente gli occhi bruciare ed esplodere, mentre racconta alla stampa il suo ingresso all'inferno. I passi dei militari rimbombano in quella penombra offuscata dal pulviscolo e intrappolata nel tempo. Incontrano due letti. Il primo ha lenzuola e federe pulite ed è completo di testata, intatto. Il secondo è una branda pericolante, con lenzuola sudicie e impregnate di sangue ed escrementi. Poi un suono. È stridulo, inumano. Un'emissione feroce e agghiacciante. Un grido che ricorda un ululato. È lei.

Si chiama Maria Monaco, 47 anni. In quella stanza del civico 1 di via Cormons, a Santa Maria Capua Vetere, Maria è rimasta rinchiusa per 18 anni.

article-1026429-0199F99F00000578-686_468x274Photo by Daily Mail / Online Sweeptakes

Penitenziagite

Il mondo intero ama parlare di lieto evento. Una nuova luce, bonariamente tremenda per il devastante intacco emotivo. Il padre assiste al parto, stringendo una mano alla sua donna. In quel dicembre 1990, però, qualcosa era diverso. Nessun compagno, nessuna gioia, nessun sorriso si disegnava su quei volti deformati dal dissapore e dal dissenso. Contrazioni e fiele. Maria Monaco dà alla luce il frutto di un suo peccato. Maschio, piccolo e indifeso. Nessun uomo al suo fianco, solo gli spettri della solitudine e del giudizio.

Nessun matrimonio, solo la venuta al mondo di un bambino. Una sorte già scritta, tradita dall'immobilità espressiva che suggella un silenzio apatico, schiantato di grigio e livore. Maria ha peccato. Quel bambino nasce da un padre che la famiglia disconosce. Nasce fuori da un matrimonio.

Il peccato è sempre seguito da una penitenza. Maria deve espiare la colpa, dunque non verrà più baciata dal sole. Un letto, una stanza nel retro dell'appartamento. Una ciotola per cani, una sedia come tavolo. Un bagno non funzionante. Nessuna visita. Non avrebbe dovuto peccare. Dal 1990 nessuno vedrà più il suo volto. La sua famiglia amministrerà il suo sussidio di accompagnamento e la sua pensione di invalidità, che percepisce regolarmente dalla fine degli anni '80. Serviranno a comprarle le sigarette e a sostenere le spese per l'istruzione di quel figlio della colpa. Lo racconteranno i suoi carcerieri.

Dal 1990 al 2008, Maria resterà rinchiusa in quella stanza a pagare per quella gravidanza.

2840567-1Maria Monaco e la sua ciotola. Photo by Captive Humans

Inferno

Al rione Sant'Andrea le voci si rincorrono. Alcuni parlano di una donna misteriosamente scomparsa dalla circolazione. I famigliari raccontano ora che è partita per il Nord Italia in cerca di fortuna, ora che ha scelto una vita di clausura. Don Gennaro Iodice, nel 2002, tenta di avvicinarsi a quella casa. È costretto a fare dietro-front, perché «Maria non sta bene e non può vedere nessuno». A nessuno è consentito avvicinarsi all'abitazione del secondo piano, questo dicono i vicini. Le voci si rincorrono e arrivano sulle scrivanie delle forze dell'ordine. Il cerchio oscuro si restringe, e il mistero intorno alla casa dei Monaco si infittisce quando dal vicinato giungono lamentele per il cattivo odore.

Il 13 gennaio 2008, alle 13, si dischiudono le porte dell'inferno.

Il portone di ferro. Un cigolio che stride, arranca malefico lungo le ossa. L'odore di urina e umido investe i militari che avanzano con cautela, travolti da quell'atmosfera sulfurea e triste. Travolgente come uno sciame di Male e Dolore. I Carabinieri aprono la porta della stanza. È finita. Un raggio di sole illumina l'interno e il giaciglio di Maria si presenta in un orrore impensabile. Un letto semi-distrutto, con lenzuola impregnate di sangue ed escrementi. L'odore è asfissiante. Poi quel suono. Uno stridere inumano, un grido disperato che fa sobbalzare gli agenti. Qualcuno, nell'angolo più buio della stanza, giace rannicchiato. È lei, è Maria Monaco. 47 anni. Il corpo ricoperto di peli, la pelle gonfia, sporca e violata. Non parla. Emette dei suoni inintelligibili. È finita. Ha sopportato 18 anni di prigionia forzata. Nessuna visita, nessuna carezza. Solo una ciotola per cani mai lavata, dalla quale consumava i suoi pasti. Uno sgabuzzino adibito a servizio. Lo scarico del water intasato, una sedia come tavolo. Il pavimento ricoperto di feci, urina e sangue.

È finita.

Un medico le presta soccorso. Disturbi psichici. Maria viene trasportata dai Carabinieri su una barella fino all'ambulanza che la porterà al Policlinico di Napoli. Lo sguardo spento, assente. Il volto scuro, ricoperto di peli.

17italy-2.650 Da sinistra: Maria Rosa Golino, Michelina Monaco, Fosco Monaco. Photo by NBCNews.com

«Non voleva curarsi»

Anna Rosa Golino, 80 anni, vedova dal 1985; Michelina Monaco, 54 anni, insegnante alla scuola materna; Fosco Monaco, 44 anni, agricoltore. Rispettivamente madre, sorella e fratello di Maria, sono accusati di sequestro di persona e maltrattamenti in famiglia. Per la prima, considerata l'età, vengono disposti gli arresti domiciliari. Per gli altri due si aprono le porte del carcere.

All'arrivo dei Carabinieri, Anna Rosa non batte ciglio. Non si pone domande nemmeno quando Maria viene portata via da quella prigione, su quella barella improvvisata. Fuori, all'aria aperta, verso la salvezza. Gli agenti invitano la famiglia a raggiungere la caserma. Fosco vi si reca in macchina insieme alla madre. Michelina cura ogni aspetto: indossa il vestito giusto, gli orecchini, si sistema i capelli. Segue gli agenti e ripete: «Non voleva curarsi. Mia sorella non voleva curarsi».

C'è lui, infine.

Quel ragazzino di 17 anni. Il figlio della colpa. Vive con gli zii e la nonna e conosce le condizioni in cui sua madre si ritrova a vivere. Non dice niente, perché gli viene detto che sua madre sta poco bene e non si trova nelle condizioni di ricevere visite. Studia, vive i suoi giorni. Gli inquirenti non gli attribuiscono alcuna responsabilità, ma il ragazzo non vuole tornare in quella casa. Si vergogna. Viene dunque affidato ad altri parenti. Dal reparto di Psichiatria del Policlinico di Napoli comunicano che le condizioni fisiche di Maria non sono preoccupanti, ma l'equilibrio psichico è fortemente compromesso.

A difendere la posizione della famiglia è l'avvocato Gianfranco Carbone. Egli sostiene che la causa della reclusione forzata di Maria non è da attribuirsi a una punizione inflitta dalla famiglia per la sua gravidanza. Carbone afferma che i disturbi psichici della donna la portavano a rifiutare qualsiasi ausilio per l'igiene e per il vestire. Se la famiglia, a proposito di questo problema, non ha mai pensato a contattare un medico è da spiegarsi «con una questione di ignoranza e vergogna. Forse».

I Carabinieri cercano il padre biologico del figlio di Maria. Vogliono sapere se le patologie siano una conseguenza della segregazione o se si manifestassero dal periodo precedente la tragica sorte.

woman-captive-itlay-3-BM-Bayern-S-Maria-Capua-Vetere-caserta-jpgPhoto by Welt.de

Immagine di copertina: NYTimes

Luca Mastinu

Luca Mastinu

Misantropo e pignolo. Ipocondriaco, vivo nella mia stanza per difendermi dai batteri del mondo. Scrittore, compositore, musicista. Acluofobo ed entomofobico.

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