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1996, "La fabbrica di plastica" di Gianluca Grignani usciva 22 anni fa

Il 20 maggio 1996 Gianluca Grignani disorientò il pubblico con un secondo, inatteso album. "La fabbrica di plastica" chiudeva il capitolo di "Destinazione Paradiso".

I corsi di chitarra delle scuole medie ti donano una curiosità nuova, perché impari ad ascoltare la musica con l'orecchio didattico e critico. Un po' per Yellow submarine e per Io,vagabondo, insomma, diventi il classico pignolone che ora vuole vedere se il suo musicista preferito sbaglia qualche accordo, o se suona difficile. Proprio per questo presti maggiore attenzione ai brani accompagnati da una chitarra acustica, plettrata o arpeggiata che sia.

Nel 1995 Gianluca Grignani, classe 1972, pubblicava Destinazione Paradiso con la Polygram, ma dopo un anno si era rotto l'anima. Bellezza, sorrisi e viso pulito erano il suo marchio, accompagnato da canzoni di indiscutibile valore. Tutti avevamo l'amichetta che gridava "Oddeeo! Kebbono Grignani!", e nessuno neghi che il riff di chitarra de La mia storia tra le dita fosse di inestimabile splendore. 25 anni, il ragazzo, ma quel Sanremo che lo lanciò al grande pubblico inibiva uno spirito che sognava di esprimere un'essenza fin troppo vincolata ai canoni imposti dall'industria discografica. Forse non era un caso se, durante l'estate, si spazientiva sul palco del Festivalbar mentre in playback interpretava l'inquieta Falco a metà.

Forse voleva giocare a fare il ragazzaccio, ma di lì a pochi mesi avrebbe dimostrato che aveva ben altre cose da dire. Litigò col suo produttore, Massimo Luca, perché la gestazione della nuova opera in arrivo faceva preoccupare sulle sorti del pubblico che, oramai, aspettava ancora una tracklist fatta di acqua e sapone. Era il 20 maggio 1996 quando in tutti i negozi di dischi comparve quella confezione che tanto pareva usurata: La fabbrica di plastica, il secondo album del bravo ragazzo Grignani, si lanciava sul mercato per uno stage-diving che faceva rumore.

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Grignani spiegò da subito di non sentirsi cambiato, ma di aver scelto di lavorare attivamente alla produzione artistica dell'album, pur non disponendo di un pubblico preparato a un tale cambiamento. Arrangiò personalmente i pezzi e si servì dell'aiuto del produttore Greg Walsh. Il risultato, ancora oggi, è un disco sonico (non sonoro, sonico) e nervoso. Falsetti e liriche impostate sul graffiato spiegano perché lui, Gianluca, raccontava di voler creare un'opera che suonasse come The bends, l'album storico dei Radiohead. Un classico come la title-track apriva le danze, passando per la movimentata + famoso di Gesù e l'intensa Solo cielo, divenuta una pietra miliare per la carriera del cantante. Si parla di Dio e lo si mette in discussione.

Io credo
che sia solo cielo
quello che vedo lassù.
Nessun Dio, niente mistero:
solo cielo e niente più.

Si riaccende la speranza, poi. Almeno, si tenta:

Eppure
oltre al tempo
qualcos'altro ci sarà.
Non voglio immaginare,
tutto qua.

Si apre con un basso mononota e prepotente nel suono, che si lascia carezzare dagli arpeggi della chitarra acustica.

Strafottenza, space-rock e autoironia d'amore quasi adolescenziale segnano Testa sulla luna, con distorsioni in perfetta stereofonia e volumi veramente alti e imponenti. Non è un caso se dietro le percussioni si nasconde un Mario Riso in piena forma - con riff di batteria essenziali ma potenti, potenti davvero - e se le chitarre sono affidate a Massimo Varini, già all'attivo con artisti come Nek, Biagio Antonacci, Ivano Fossati e Mina.

Un'ossessione d'amore si schianta sul muro di suono che letteralmente investe l'ascoltatore ne L'allucinazione, a metà tra la ballad e il delirio psichedelico che ben restituiscono, senza mezze parole, la visione di una lei che puntualmente ritorna per riaccendere il dolore di una relazione finita. Eclissata:

Sai, non pensavo che
nel mezzo del Far-West
ti avrei incontrata
anche vestita da cow-boy.
Ma lo Sceriffo, no,
non ucciderlo, no,
ché hai già ferito anche me.

Una delle vere chicche de La fabbrica di plastica, però, è la profondità che si respira in Galassia di Melassa. Eternità e disperazione, forse, ma la certezza di un destino che crea consapevolezza e riflessione. Delay e riverberi riempiono il suono e le parole diventano sottili lame di pianto. Quel pianto di chi vede tutto cambiare in modo irreversibile, di chi è spettatore e non parte attiva del mondo.

foto-grignani-posterPhoto by Spaghetti italiani

Ciò che rende La fabbrica di plastica un disco di nicchia sono soltanto i numeri. 150.000 copie vendute contro i 2 milioni di Destinazione Paradiso. Il pop elaborato contro quell'ultima strizzatina d'occhio a quanto restava dell'alternative rock italiano. In realtà, La fabbrica è un piccolo gioiello per i cultori, quelli che avevano saputo cogliere la sfumatura ribelle di un giovane di successo, in perenne conflitto con esso. Un successo al quale forse ha finito per cedere, rasando aiuole impunemente. È come se Grignani, con questo disco, avesse voluto creare una feritoia sul muro di cinta del mainstream, di piccole dimensioni per un accesso limitato. "In realtà io sono così", ha voluto dire.

Alcuni l'hanno capito, altri hanno spento la sveglia e si sono voltati dall'altra parte.

Foto di copertina: Francesca Dall'Olio, MySpace

Luca Mastinu

Luca Mastinu

Misantropo e pignolo. Ipocondriaco, vivo nella mia stanza per difendermi dai batteri del mondo. Scrittore, compositore, musicista. Acluofobo ed entomofobico.

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