/ Lamanoir

Il diavolo di Daniela Cecchin

La miglior vendetta. Orari libe, est coltello

I deboli tocchi dei secondi che scandiscono il tempo accompagnano il silenzio, da quell'orologio che in ogni casa impera sulla parete quasi a ricordare un destino ineluttabile. Il presente che sfugge di mano, che sfugge al controllo. Le gambe composte, le ginocchia unite in una seduta ordinata e raccolta. Silenzio. La contemplazione di quelle pagine, sfogliate lentamente e con rispetto, disegna una solitudine arrivata quasi per scelta. Crudele, forse, nel suo manifestarsi. Unica, certamente. Un divano. Chiunque si trovasse di fronte a quel quadro di vita alienata, noterebbe quegli occhi che fanno capolino sopra la quarta di copertina dell'Antico Testamento, filtrati da un paio di occhiali anonimi che non nascondono un sguardo assorto nella lettura. Uno sguardo che ora si solleva e rotea. Palpebre tese e algide. Nel suo appartamento di via Dogali 12, in una Firenze che si macchiava di rosso, Daniela Cecchin attende la sera con il canto della Morte ancora pulsante nel petto. Feroce. Quella mattina dell'8 novembre 2003, intorno alle ore 9, ha ucciso.

«Aiuto, sì, Aiuto... »

In via Della Scala 39, alle 9 di mattina dell'8 novembre 2003, qualcuno ha sentito delle strida indefinite da un luogo indefinito, cessate dopo pochi minuti. Una manciata di istanti lontani da ogni sospetto. Nessun allarme, nessuna anomalia. Forse un singolare riverbero, inconsueto per la quiete di quella palazzina del centro di Firenze. Una voce lontana, soffocata da una routine che anche in quel momento doveva proseguire perfetta. Efficace. Forse qualcuno nota una figura allontanarsi all'esterno, con addosso un cappotto. Passi leggeri, svelti, che consentono di scomparire nel nulla e confondersi nel torrente dei turisti in visita al capoluogo toscano. Via, fuori di lì. Tutto è compiuto. Una manciata di ore dopo, alle 14, le Volanti sostano sotto la palazzina e gli agenti irrompono al secondo piano. Rossana d'Aniello, 46 anni, giace esangue sul pavimento della camera da letto. Un profondo taglio le squarcia la gola, una pozza di sangue ospita le sue carni inanimate. Lo sguardo rivolto verso il basso. Forse ha catturato un ultimo pensiero, tra quelle mattonelle che andavano ad ospitare la sua Morte improvvisa. Inspiegabile.

rossana-d-anielloRossana D'Aniello. Photo by Ansa / Corriere della Sera

Alle 13:30 Paolo Botteri, suo marito, titolare della Farmacia di via Condotta, era rientrato a casa dopo aver preso le figlie dalla scuola. La più piccola ha 12 anni, la più grande 16. Nel fare il suo ingresso ha notato il portaombrelli spostato dalla parte opposta rispetto alla posizione di sempre. Poi la striscia di sangue, una piccola autostrada del Male. Infine lei. Dopo aver chiamato i soccorsi, Botteri ha un malore.

Quando giunge la sera il pm Pietro Suchan, terminato il sopralluogo, si lascia andare in una considerazione esasperata. Straziante. «È stata una mattanza». Nessun segno di colluttazione né di effrazione. Rossana d'Aniello ha aperto al suo assassino in vestaglia e l'ha fatto entrare. Si esclude il movente della rapina: dall'appartamento non manca nulla. Un vicino riferisce che quella mattina, intorno alle 9, ha sentito delle urla provenire dall'appartamento. Qualcuno chiedeva aiuto. Qualcun altro, scimmiottando, pochi minuti dopo diceva «Aiuto, sì, aiuto».

Le telefonate

«Nessuna parola, solo qualche sospiro. Qualcuno ansimava», riferisce Botteri agli inquirenti. Da un po' di tempo Rossana riceveva telefonate anonime. Dall'altra parte nessuno si identificava: si limitava a restare in silenzio e a respirare. Fiato che sapeva di morte, suoni che sapevano di sangue. Il capo della squadra mobile Gianfranco Bernabei sa che si tratta di premeditazione: l'assassino era già intenzionato ad uccidere. Nessuna fatalità, nessun incidente, nessun raptus incontrollabile. Rossana doveva morire. Dalla sua carne straziata, da quel corpo gelido, viene effettuata l'autopsia. Dalla scena del delitto vengono prelevati campioni di DNA isolato dal sangue della vittima, e vengono posti in analisi i tabulati telefonici. Da questi ultimi vengono individuate le telefonate anonime, effettuate specialmente da una cabina telefonica nei pressi di Via della Scala. Si sa: per usare una cabina si deve disporre, normalmente, di una scheda telefonica. Proprio di quest'ultima i poliziotti riescono a risalire al codice di identificazione e a rintracciare tutte le telefonate in uscita. È l'errore dell'assassino. Una di queste chiamate è stata effettuata senza anonimato ed è dunque possibile risalire al destinatario che di sicuro conosce il mostro. Sì, lo conosce. È sua madre. Il cerchio si restringe: un asciugamano imbrattato di sangue sul luogo del delitto, le telefonate, l'errore.

L'arresto

14 novembre 2003, Piazza delle Cure. Due agenti della questura di Firenze notano una persona intenta a telefonare in una cabina. La scia di sangue, forse, non è destinata a fermarsi. Altre due famiglie ricevono telefonate anonime, mentre tra i quartieri di Firenze dilaga la paura del mostro. Sono le 6 di mattina. La persona che i poliziotti hanno di fronte, ora, è una donna. Si chiama Daniela Cecchin, ha 47 anni. I capelli raccolti. Gli stessi trovati all'interno dell'appartamento di Via della Scala. Gli occhi fermi, protetti da un paio di occhiali che nascondono uno sguardo appartentemente mite. Nella sua borsa nasconde un coltello di fabbricazione francese. Un Opinel affilato. Lo stesso usato per il delitto.

daniela-cecchinDaniela Cecchin. Photo by La Linea D'Ombra / Il Serpente dell'Eden

Mentre la portano via ripete: «Sono stata io, la seguivo e la ossessionavo con le mie telefonate mute. La chiamavo di notte». Mani che ora si stringono nella morsa delle manette. Mani che hanno impugnato il Male per scaraventarlo addosso a una donna, in quella mattina che sapeva di sangue e morte. Mani che sono solite sfogliare la Bibbia e i Vangeli, che si spostano da testa a spalle per il segno della croce. Sulla bocca, infine, perché Daniela Cecchin si chiuderà in un sinistro mutismo. Quelle stesse mani riportavano ferite risalenti al delirio omicida di quel maledetto 8 novembre. Un tempo si immergevano nell'acqua benedetta di via Cavalcanti, nella chiesa della Divina Provvidenza presso la quale Daniela Cecchin era solita trascorrere il tempo nei suoi momenti di preghiera e raccoglimento. Un raccoglimento che diventa pesante, ora, quando dall'altra parte della scrivania c'è il pm che le chiede il perché di quella furia omicida. «È stato il diavolo», risponde.

cecchinritaglio-kUI-U11001915407860LBH-680x335@LaStampa.it15 novembre 2003 / La Stampa

In excelsis

Lucida monetine da 5 e 10 lire per poi conservarle nell'ovatta, mentre allieta le sue giornate ascoltando i canti della tradizione cristiana dei tempi di Papa Gregorio Magno. Solleva lo sguardo di tanto in tanto, ricordando la sua infanzia a Montebello, nel Vicentino, e a Firenze. I suoi 16 anni, poi, tra i banchi di scuola di un'Italia che cambia, mentre ella resta nel suo mondo ordinato e silenzioso. Un'attenzione particolare alle materie religiose, questo diranno di lei gli insegnanti dopo il diploma. Nel 1976 si iscrive alla Facoltà di Farmacia. Guardando le bacheche degli esami, attendendo gli appelli nei corridoi e puntellando la matita sui tavoli dell'aula magna conosce Paolo Botteri. Egli non la ignora, non le volta le spalle. Si dimostra carino, cortese. Scambiano qualche parola, sfugge qualche sguardo. Forse qualche sorriso. Poi qualcosa va storto e Daniela Cecchin rinuncia alla carriera universitaria. Botteri no. Botteri si laurea e incontra l'amore. Si sposa, diventa padre.

Proprio di questo si accorge Daniela, nel 2000, quando per caso lo incontra per le strade di Firenze in compagnia di Rossana d'Aniello. Lei. La donna che di sicuro lo ha reso felice, la donna che gli ha dato due figlie. Daniela li osserva e lo sguardo si fa penetrante, i pugni si stringono. Digrigna i denti. Nel frattempo continua la sua vita, vissuta tra il suo lavoro da impiegata comunale e la preghiera. Piccoli dardi scoccati ogni giorno in una direzione d'odio che mira a Rossana, l'oggetto della sua invidia. Da pochi mesi vive in quell'appartamento di via Dogali, dopo aver vissuto in casa della madre per anni. In chiesa legge i passi del Vangelo. In casa si nutre di Sacre Scritture, VHS delle messe domenicali del Santo Padre e musica sacra. Tra quegli scaffali, con cura maniacale, sono impilati anche i tasti neri della sua esistenza: un film di Alfred Hitchcock, un disco degli Iron Maiden, un libro giallo. Parla da sola, Daniela, e gesticola. Lo notano i suoi colleghi del Comune, lo notano le tante persone che per puro caso fanno parte della sua vita. Gli inquilini del piano di sotto la sentono camminare nervosamente fino a notte fonda, accompagnata dai canti gregoriani. «D'Aniello», ripete nella sua testa. «D'Aniello».

La miglior vendetta. Orari libe. Est coltello

In quella mattina dell'8 novembre, Daniela Cecchin ha già pianificato tutto. Rossana d'Aniello non può immaginare, mentre osserva dallo spioncino quella persona che mostra un pacco con il logo dell'Associazione Titolari di Farmacie. Qualcosa per il marito, forse, e si può anche accogliere lo sconosciuto in vestaglia. La porta si apre. Rossana incrocia lo sguardo di Daniela. Un istante. Poi il sangue. La ferocia fende l'aria e la carne, e uccide. Tracce ematiche sul pavimento, sul portaombrelli. Il suo corpo viene trascinato verso la camera da letto. Poi il dolore, la paura. «Era bella e felice. L'ho sgozzata perché ero invidiosa» dirà Daniela, ricordando quegli istanti di inferno e morte.

L'appartamento di Daniela è silenzioso, anonimo e religiosamente in ordine. Sottolinea alcuni passi della Bibbia e legge Topolino. Legge il giornale, osserva fuori dalla finestra. Regala il suo sguardo ai passanti. Esce di casa, fa ritorno e legge, ancora. Sogna anche per lei un uomo che la consoli, che la accolga. Un uomo che non la derida. Sognatrice, forse. Il sogno si fa incubo, però, quando scrive su un'agenda tascabile. Un'agenda sulla quale gli inquirenti troveranno poche parole. Inquietanti. «La miglior vendetta. Orari libe. Est coltello».

È stata dichiarata seminferma di mente e condannata a 20 anni.

Immagine di copertina: GQ Italia

Luca Mastinu

Luca Mastinu

Misantropo e pignolo. Ipocondriaco, vivo nella mia stanza per difendermi dai batteri del mondo. Scrittore, compositore, musicista. Acluofobo ed entomofobico.

Leggi Altri